Stefano Vilardo: Tutti dicono Germania Germania

Stefano Vilardo, TUTTI DICONO GERMANIA GERMANIA, Poesie dell’emigrazione – Garzanti 1975

Non esiste arte senza la scelta di un punto di vista sghembo: è il senso di quanto dice Leonardo Sciascia a proposito di queste poesie di Vilardo, documenti, afferma, sia pur “ricreati” sull’emigrazione.

E’ una lingua ante litteram, questa usata da Vilardo, in anticipo rispetto ad operazioni più moderne e commerciali, che mi fa venire in mente “Le Buttane”, di Aurelio Grimaldi.

Leggendo, avvertiamo il racconto della cronaca, ma non sentiamo l’intervento in sottotraccia dell’autore, la sua regia; poetica di un Realismo alla francese, insomma, poi adattata dai nostri Veristi, che funziona assai bene quando si voglia neutralizzare il pericolo dell’afflato lirico o sentimentale senza, tuttavia, rinunciare a una parola umanamente partecipe. Quanta poesia di oggi, però, tutta presa dalla rinuncia del peccato mortale del sentimentalismo, complice l’esempio di tanti maestri, infine rinuncia al sentimento!

Tornando a Vilardo: si tratta di monologhi in prima persona in cui gli emigrati raccontano la loro esperienza di emigrazione in Germania, a volte occasione di una dignitosa integrazione, altre volte resoconto di un disadattamento, di un respingimento.

Testo, allora, come documento storico, testimonianza; ma anche, trattandosi di poesia, operazione di controllo dell’ego poetico, qui completamente messo da parte, come, tra l’altro, avrebbe voluto Giovanni Verga.

E si legga quanta differenza, malgrado i temi decisamente indirizzati verso il sociale, con la poesia di un Farinella o di un Buttitta. Vilardo sembra rinunciare alla poesia come musa ispiratrice e sceglie di utilizzarla come strumento; Farinella e Buttitta ne accentuano la potenza espressiva, investendo la realtà dell’afflato lirico più potente, quasi a voler avvolgere i fatti, riscattandoli.

Distanza o partecipazione? Distanza simulata o partecipazione ipocrita? Due temi sempre attuali in poesia. Vilardo sceglie una distanza onesta, un distacco eticamente condivisibile.

39

Prima di andarmene in Germania

lavoravo alla giornata

ma non potevo sopportare

che un giovane di vent’anni

pieno di forze e di salute

fosse costretto a fare il vagabondo

per mancanza di lavoro

Allora mi prestai cinquantamila lire

ed emigrai

A Colonia trovai lavoro in un baostello

e i soldi li guadagno ma lavoro come un mulo

ché i tedeschi mi guardano allocchiti

Tre anni che sono in Germania

e qualche parola la capisco

prima ero come sordomuto

non aprivo bocca non capivo niente

mi lasciavo guidare dai compagni

fiducioso come un bambino

Ora ho un amico tedesco

che mi vuole bene più di un fratello

la sera mi legge un libro bellissimo

che ce ne vorrebbero tanti

Parla delle SS dei nazisti che fucilavano impiccavano

e lasciavano i morti allineati per le strade

come sacchi di concime

parla dei campi di sterminio degli ebrei

donne e bambini bruciati nei forni crematori

delle polacche tosate come pecore

dei prigionieri come scheletri

che ci sono ancora le fotografie

e io ascoltando il mio amico

non avevo forza di guardarlo

ché avevo paura di lui

e in quei giorni lo odiavo

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