Mario Grasso: I guerrieri di Riace

SUL POEMA E SU UN POEMA DI MARIO GRASSO: I GUERRIERI DI RIACE

Ai tempi in cui ero redattore della rivista “La Mosca di Milano”, uno dei temi più caldi oggetto di discussione, fu la pratica, più o meno rimossa, della scrittura poematica. Non si riusciva a citare nomi di poeti italiani del Novecento che l’avessero praticata fino in fondo.

Del resto, è necessario distinguere tra poema e scrittura poematica; nel senso che, nel primo caso ci si riferisce alla forma classica di un racconto in versi lunghi, confinante o coincidente con l’epos, nel secondo caso a una pura approssimazione, un tentativo di approccio…forse un desiderio.

Inutile qui ribadire l’idea di un novecento liricamente frantumato, di un’esplosione degli io, degli ego, dell’impossibilità di pensare alla poesia come strumento in grado di rappresentare un’intera comunità: più si legge la letteratura in ombra, più si capisce come la critica abbia condizionato il campo d’indagine e la fruizione nella direzione di una lente focale molto ristretta finendo, almeno in parte, di oscurare la verità. Spesso per ignoranza, o peggio.

E’ innegabile che la forma del poema sia stata praticata/recuperata nel campo di uno sperimentalismo a tutto campo, grande tritatutto che ha digerito ogni genere: la lirica, prima di tutto. Ed è innegabile come sia possibile riconoscere forme poematiche in generi e poetiche che apparentemente sembrerebbero non essere coinvolte per niente nella questione.

Alcuni esempi ancora da indagare:Il futurismo. Le sue forme bulimiche, massima rappresentazione dell’energia in una sola pagina o in segni visivi, in qualche modo raccontano, più che un desiderio di rinnovamento, una rappresentazione teatralizzata della realtà e quindi hanno a che fare con la ricerca di un’epica.

Tutti i testi basati su un flusso di coscienza non necessariamente coincidenti con le pruderie dell’ego, cercano, in qualche modo, vedi Whitman, la radice di una parola plurale, comunitaria, sociale persino. Senza parlare poi delle forme di poesia popolare, le quali non hanno mai rinunciato al racconto realistico, praticato in forma di avvenimento che dal particolare trasmigra verso la favola, l’universale. Il caso più noto in Sicilia, tanto per fare un nome, è stato quello di Ignazio Buttitta, che tuttavia rappresenta la punta emergente di un fenomeno diffusissimo, di una tradizione di cantastorie e di poeti “incolti”.

E’ innegabile, infine, come il poema abbia travasato gran parte delle sue forme in un certo tipo di romanzo: trasposizione del fatto concreto in un tempo distante: epopoea, avventura, personaggi dalla psicologia bulimica. L’esempio più eclatante in Sicilia, di poema/romanzo, almeno per quanto riguarda il novecento, è l’”Horcynus Orca”, di Stefano D’Arrigo.

Innumerevoli, dunque, i tentativi di ripensare la poesia come lingua più vasta, dal respiro lungo, affabulatrice. Molte di queste prove si situano ancora dentro i canoni di uno sperimentalismo poco digeribile, impopolare, insomma, mentre il poema agisce nei limiti delle gabbie imposte dalla tradizione: successione temporale, concatenazione di causa effetto, caratteri scolpiti a tutto tondo, sfondi in sintonia con la rilevanza psicologica…e così via.

Queste note mi sono necessarie per riproporre alla lettura un libro di Mario Grasso, pubblicato in versioni diverse e con titoli diversi, che è, a tutti gli effetti, un poema: I guerrieri di di Riace, (Lunarionuovo 1982).

Ne parla in maniera assai competente Massimiliano Magnano in un lungo saggio dedicato a Mario Grasso, “d’INTRATTABILE TEMPERAMENTO, Mario Grasso, paradossi e parossismi d’un intellettuale fuori dalla grazia degli uomini” – Salvatore Sciascia 2019, (si legga il capitolo “Il dubbio nutre l’arte, e il quark si rifrantuma”), il libro è strumento preziosissimo per indagare l’opera omnia di questo importante poeta siciliano.

Ma il poema veniva segnalato già al suo nascere da Salvatore Rossi: “Quando, quasi clandestinamente (…) escono “I guerrieri di Riace”, siamo tutti colti dal trauma che poche volte un critico prova dinanzi alla letteratura dei nostri giorni. Innanzitutto: Mario Grasso ha scritto un poema, di ventidue canti e alcune migliaia di versi. In secondo luogo (ma è ciò che più conta) questo poema è straordinariamente moderno e si legge con il gusto e la commozione con cui ci si avvicina sempre alle opere grandi. C’è indubbiamente una provocazione nella scelta del genere e del tema: quasi una sfida, lanciata in primo luogo a se stesso, (…) e poi ad un mondo letterario che troppo a lungo ha insistito nel condannare e nel dare come definitivamente tramontati alcuni generi”: (Salvatore Rossi, MARIO GRASSO, in “ATTI del convegno sulla poesia siciliana contemporanea” Caltagirone 1982).

Del poema in senso stretto, “I guerrieri di Riace” conserva gran parte delle caratteristiche, e non per ultimo una stretta relazione tra mito e contemporaneità, racconto trasportato nel tempo degli eroi ma con forti agganci e allusioni al presente.

Salta subito all’occhio – e all’orecchio – la funzione deragliante del ritrovamento di questi bronzi, oggetto di uno scoperchiamento psicologico, di una rimozione culturale del non detto.

E’ l’effetto che sempre la Bellezza causa con la sua lancinante apparizione, e questa volta appare tutta intera, a differenza dei frammenti, dei monconi archeologici incapaci di ricostruire l’unità.

In questo caso, le statue emerse per intero dalla sabbia, hanno l’effetto di rinverdire una poesia “intera” che, evocando, è anche capace di raccontare.

Si potrebbe, forse, per indagare la sorgente di questa improvvisa ispirazione, immaginare un rapporto tra reperto archeologico a frammenti = poesia liricamente franta di certo novecento; ritrovamento dei bronzi = desiderio del poema, ricostrituzione di un’unità perduta.

Il testo di Mario Grasso, dunque, agisce nel versante del riconoscimento della funzione affabulatrice della poesia, riconsegnandola a un racconto per il vasto pubblico.

E’ innegabile, certo, che questo avvenga nel clima dello sperimentalismo degli anni ‘70, che in Sicilia conosce un’esplosione di forme e possibilità, ma forse è da intendersi come una reazione proprio a quel clima, all’allontanamento dei poeti dalla “lingua delle madri”.

Grasso, insomma, non sceglie le forme esplose delle avanguardie, o il dilavamento delle forme nel senso di una prosa non del tutto coincidente con l’afflato poetico, piuttosto sembra ricollegarsi alla tradizione dei cantari, della poesia popolare, al racconto trasposto nel mito. Certo, con una lingua che non può essere quella del canto popolare, che tuttavia egli conosce assai bene, ma quella di una modernità che si pone il problema di quale funzione possa essere ancora attribuita alla poesia – quale funzione rispetto a quale forma – .

Il canto affabulatorio di questi bronzi si esprime attraverso la struttura ritmica di una lingua ricchissima, persino sopra le righe, mentre l’intento narrativo corteggia l’avventura, il vagare sghembo, il nostos. Lo sfondo è chiaramente un mediterraneo favoloso sulle cui sponde sorgono le grandi città della Magna Grecia. Se si legge bene, si vedrà come dietro la descrizione di fatti e personaggi, Grasso adombri una ferocissima critica verso il contemporaneo: intrallazzi, personaggi ambigui e viscidi, mostri che nelle loro fattezze orripilanti lasciano trasparire l’orrore e la perdita di senso di un’intera umanità; il banditismo e l’amoralità, fino alla nascita di Maghiubba, “regina della peste”, metafora del mostro siciliano per antonomasia: la mafia.

In tutto questo rivoltarsi del mare e degli uomini, i bronzi, sballottolati qua e là, creduti dei e santi, oggetto di mercimonio, finiscono per apparire più umani di quelli che umani si professano, innamorati della Polena, osservatori partecipi degli umani drammi e di come il cuore degli uomini sia così soggetto alle tempeste della Verità.

“I bronzi di Riace”, insomma, attraverso l’evocazione delle origini della nostra civiltà, costituiscono un severo monito contro la mercificazione del moderno. Cosicché spessissimo il canto di questi versi finisce per coincidere con un lamento, un grido di angoscia, con la nostalgia di una Verità sommersa. E’ appunto ai guerrieri che Mario Grasso affida la riflessione finale:

Nel fondale non volano le aquile

non chiacchiera il vento

c’è solo la memoria

ogni momento registra e passa

gli atti per la storia

di chi verrà.

Ma a nulla serve

a nulla, se l’inganno

non scavalca l’orgoglio

e se la guerra è ancora

la regina che domina la terra.

Cosa insiste se vana è la speranza

di una vita più vita e meno morte?

Se le Martuffe uccidono e le scorte

non son finite al verme che sotterra l’amore?

I secoli, voi dite,

noi diciamo la storia e non c’è l’uomo,

c’è quanto ci consente la memoria

e la fede

il resto i mostri conoscono

e le specie meno note per l’uomo

alleva il mare una vita incredibile

infinita

sotto il suo manto

e col sole l’acqua sposa

le sue trine continue,

senza posa a scommessa con l’eterno

senza ausilio dell’uomo.

Noi regnammo nella vita sommersa

rassegnati a crollare dentro un baratro

sempre aperto ma chiuso alle correnti,

dentro un fondo melmoso

a sillabare l’addio continuo

a farci liquefare da miliardi di secoli

ridare linfa alle alghe

poi vapori al cielo.

Quanti pesci, voi dite?

Certo tanti com’è la vita altrove

e certi riti, certi Dei sono lì

come alla terra

premono a sbarrare

l’ordine delle cose

vita è dare impulsi

è farsi trottolare da un magnete

invisibile

l’amore è forse vivere

la lotta a sopravvivere e s’intende

come da questa lotta un po’ discende

l’inutile aspettare

cambio e pace per l’uomo e per le cose.

Oh mio signore, incerto è il tuo domani

sul tuo scientire l’atomo

e ammazzare l’uomo

salve le cose,

sul denaro di Boco

o sull’amore della pastorella

che si sgozza per Plio.

Solo l’amore t’illude e ti dispera

fino a che regge l’onda

sulla zattera

e il tempo non ti scoda:

ciò che cerchi ce l’hai

se t’accontenti e trovi anche la vita

ove la morte c’è, senza riparo

vegliano vendette e canti

orgoglio che non sia

la carezza più forte

quando gira col sole

la favilla umana.

Cosa diceva il mare in tanti secoli?

Certo più che la reggia di Santarro,

il terremoto, il tempo della peste:

lì ci smangiava il vento

qui ci rodeva il sale.

Un commento

  1. Il mio intento scrivendo d’Intrattabile temperamento era stimolare un ampio dibattito su Mario Grasso, sulla sua poesia. Sei il solo ad avere colto questo invito neanche troppo implicito. Grazie, carissimo.

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