Giuseppe Cinà: Purtannu un ramuzzu d’alilvu

Giuseppe Cinà, L’ARBULU NOSTRU, prefazione di Velio Abati, La Vita Felice 2022

E’ la seconda prova in lingua siciliana di Giuseppe Cinà, dopo l’esordio recente de “A macchia e u jardinu”. – Una mia recensione si può leggere su COMPITU RE VIVI -.

Ciò che unisce questi due libri è senz’altro l’aspetto del racconto e dell’evocazione, temi indissolubilmente legati dal mastice di una lingua che vuole ri/conoscersi: per immediatezza del parlato e autocoscienza delle origini.

Se nel primo libro l’epos si dipana nella fotografia di un microambiente raccontato in prima persona, in questa seconda prova l’epos sembra farsi epopea, “ampia narrazione poetica di gesta eroiche”, dislocate in un tempo dai confini più labili; non più della memoria del singolo, del suo personale travaglio, ma dell’archetipo collettivo della conservazione, persino archeologica, del simbolo, vivificato di tutte le trame – non sempre evidenti – delle sue radici.

E’ l’ulivo, oggetto addirittura totemico, prezioso “manufatto culturale”, capace di raccogliere sul suo corpo le parole di uno spazio geografico semanticamente sconfinante verso altri semi, emotivamente rilevante.

E’ evidente, dunque, l’ambizione di questo racconto, strutturato per aree di ricordo che citano testualmente Esiodo, Omero, Lisia… Sono testi in cui l’ulivo è presente con le sue mutazioni di senso, fino a giungere a una zona del libro che recupera il sapere popolare intorno alla manutenzione, alle colture, alla cura dell’albero.

Leggiamo, quindi, in sordina, la presenza di un altro grande classico, il Virgilio delle Bucoliche. Il libro di Cinà si fa, quindi, manuale d’istruzione, contemplazione struggente ma pacata, del paesaggio, racconto di piccoli fatti sospesi tra il quotidiano, il veramente accaduto e il mito popolare, contadino.

Impossibile pensare che si possa scrivere un “manuale di istruzioni” poetiche senza che si abbia esperienza diretta della materia: conoscenza del lavoro degli uomini e dei messaggi che la Natura ci manda senza parole.

Così nulla è inventato di questo “saper fare”, frutto di un aver imparato; che vuol dire, non per ultimo, capacità di riassumere le parole portanti di una cultura millenaria sulla quale si è innestata la nostra storia.

L’àrbulu nostru è dunque nostro nel senso di un’appartenenza collettiva e non privata, e questo è anche un richiamo alla necessità della preservazione contro la forza dello sdradicamento, persino etico, della modernità – fenomeno dimostrabile e testimoniato nei testi più polemici, vedi l’ultimo, in funzione drammatica di chiusura:

Nna lu fracassu di la vuci rauca

sull’àrbuli vilìa comu na putenti

farfalla, commira nno vrazzu

cci arrizzanu li carni a la collina silenti.

*

Nel fracasso della voce roca

sugli alberi veleggia come una potente

farfalla, comoda in braccio

rabbrividisce la collina silente.

(MOTOSEGA STIHL MS 170)

L’Antico, il portatore di saggezza, si trova a lottare contro il rischio della dispersione dei luoghi in cui i nostri sensi fibrillano – ma anche della Storia, delle motivazioni per il futuro – .

Infine, per concludere queste note, occorre dire che il libro di Cinà ci riporta alla questione del dialetto/lingua. In effetti egli si pone il problema del come si scrive e perché si scelga di scrivere il dialetto; che è, innanzitutto, lingua delle origini, parlata e percepita sin dall’infanzia, quindi non veramente praticabile da chi non la conosca o l’abbia dimenticata.

Esistono due categorie di poeti siciliani: quelli che scrivono in un dialetto ricordato e imbastardito – si potrebbero denominare “poeti della disaspora”, secondo una definizione, un po’ mediata, di Giovanni Occhipinti – e quelli che sono rimasti sempre a contatto con la loro lingua, potendone osservare dall’interno e con maggior ponderazione, le resistenze ai cambiamenti e i cambiamenti forzati.

Cinà mi sembra possa essere annoverato nella seconda categoria e lo si capisce dalla coscienza che egli mostra rispetto alle mutazioni del dialetto, imbastardito dai terremoti e impegnato a resistervi, a non soccombere del tutto.

Nelle corpose note Cinà chiarisce le motivazioni e le scelte adoperate; la più notevole, mi sembra, è l’impraticabilità di una koiné linguistica, e cioè di una specie di dialetto unitario, con una sua grammatica stringente, argomento sostenuto da poeti come Salvatore Camilleri e Paolo Messina, ai quali si oppone assai polemicamente Salvatore di Marco, (si veda – La questione della “koinè” e la poesia dialettale siciliana – di Salvatore Di Marco, I quaderni del Giornale di poesia siciliana, 1995). Cinà, piuttosto, si esprime e pratica l’utilizzo di varianti e prestiti di altre parlate locali, così come sceglie una via di mezzo tra “fonografismo”, rappresentazione fonetica realistica dei suoni del parlato – altra questione assai calda e non del tutto risolta che riguarda il siciliano, già a partire, se non prima, da Alessio Di Giovanni – e una resa fonetica addolcita, si veda le sue dichiarazioni in nota a proposito del palermitano.

Cinà, poi, tiene a precisare come il siciliano sia da intendersi, forse più di altri dialetti, lingua neolatina, con un corposo vocabolario imprestato dalla lingua madre, anche se poi i debiti dalle lingue dei popoli che sono transitati per la Sicilia non sono meno rilevanti.

Egli stesso, infatti, annota: “Per sottolineare la preponderante componente latina del dialetto, si sono richiamati termini anche poco usati o arcaici, sia per l’espressività marcatamente siciliana di cui sono portatori, sia perché risultano immediatamente comprensibili e invogliano al loro uso”.

Per concludere: l’ ”àrburu nostru” mi sembra un libro ambizioso, le cui scelte non coincidono totalmente con il vasto panorama delle soluzioni dei cosiddetti “neodialetti”; nel senso che il libro pretende di dichiararsi in un quadro di più ampio respiro, capace di mettere in sordina gli afflati novecenteschi travasati dalle avanguardie neoromantiche per giungere nei luoghi del dialetto con soluzioni personali, travalicando intimismo ed esistenzialismo.

Ci troviamo di fronte a una lingua in dialogo con i classici, con un modo più sereno del dire e forse, quindi, fuori dal Novecento.

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