Pasquale Di Palmo, LA CARITA’, Passigli 2018

A volte succede che una lingua ritorni. Non si esaurisce in un libro, e un libro non la esaudisce del tutto. Questa lingua chiede ancora di essere completata, restituita, alla fine della strada, al bozzolo originario da cui è venuta. Per questo scrivere è un compito, è un gesto che non ha niente di compromissorio proprio perché è diretto e stringente: dispiegare, tendere, finché quella lingua che si è mostrata non si sia dissetata, prima del suo buio.
Questo libro di Pasquale Di Palmo sente ancora fortemente la lingua del recente “Trittico del distacco” e forse la esaurisce: stesso tono dimesso, stesso clima. Ma questo è anche un libro che porta a compimento la poetica di Di Palmo che qui raggiunge un’asciuttezza esemplare, la semplicità dei fanciulli o degli ebeti. Egli stesso, in effetti, sente il bisogno di rivolgersi al padre con la lingua dei fanciulli, fino a parlare a un Nulla che non interloquisce ma solo ascolta.

 

*

Adesso che sei qua
guardandomi senza capire
chi siamo dove siamo cosa facciamo
fermi in questo reparto per ore e ore

Adesso che non hai più parole
come se fossi diventato muto
da un giorno all’altro
crocifisso in questo povero letto

proprio adesso, papà,
penso che non ti ho mai capito
penso che non mi hai mai capito
che per tutta la vita, pur volendoci

bene, ci siamo solo sopportati
Ma vorrei continuare a non capirti,
a non essere capito, adesso che ti tengo per mano
e ti domando in silenzio: – Fammi un favore, non andartene -.
p. 29

 

*

 

Di Palmo sente il pericolo sempre incombente, del silenzio per afasia, per improvvisa malattia, e dunque il rischio della parola di prosciugarsi, di diventare archeologia di se stessa.
Il pegno da pagare è una totale umiltà stilistica e umana, un abbassamento del colore, fin quasi a un bianco e nero che brucia la carta, le parole, gli occhi.
I temi di Pasquale Di Palmo si rincorrono da un libro all’altro quasi ossessivi: qui, per esempio, nella seconda sezione in prosa, ritornano i paesaggi dell’infanzia, devastati, malinconici, rivisti con gli occhi dell’adulto che li riconsegna al figlio nel rito del gioco del pallone.

*

Parlare ai sassi, alle rovine. Parlare del degrado, della vita che diventa sempre più invivibile. Una vita che non è più la nostra vita. Con gente che non si capisce, che si guarda in tralice. Come se fossero tutti nemici. Come se non esistessero più alberi, nuvole. Come se tutto fosse appiattito, appianato, spaiato. Schiacciato come quei fili d’erba sotto impalcature crollate. Polvere spazzatura detriti. Si cammina come sonnambuli sotto cieli di cartavelina. Parlando ai sassi, alle rovine.
p.43

*

E poi le tante figure oggetto di carità, gli ultimi della Storia, gli abitanti dei vicoli bui; senza più identità, fragili, commoventi, specchio della miseria, dell’indifferenza o dell’impossibilità a salvare a soccorrere di tutti gli altri; di noi stessi in prima persona.
Scrittura umile che si fa parola degli umili, trascinata per strada come si trascina con fatica il papà, ormai bambino, in carrozzina.
Ma anche piccole apparizioni numinose, come a volte avviene nella scrittura di Pasquale. La salamandra, per esempio, che in un testo di questo libro appare e scompare nel suo sontuoso mantello giallo e nero prima che il padre possa mostrarla al figlio.

 

*

Non mi ricordo che stagione fosse.
Immobile, di un nero
squillante, picchiettato
di minuscole macchie giallastre
Ne rammento l’umidore, le zampette
divaricate nel grigiore
di un androne,
appena dietro il portone di casa.
Avevo fretta, dovevo andare in ufficio.
Mi fermai a guardarla, forse al momento
non compresi fosse una salamandra.
Avrei potuto accarezzarla
avrei potuto schiacciarla.
Rincasai per chiamare mio figlio.
Quando tornammo non c’era più.
Sparita, tornata al suo medioevo,
estinta al fuoco interno che l’ardeva.
p.49

*

E ancora il dialetto, un veneziano dolcissimo che è quasi solo una pronuncia, un parlare con la lingua del padre, e dunque con la lingua del bambino.
Un poeta “uno de più originali e umani”, scrive Paolo Lagazzi nella prefazione, e non è cosa da poco in un tempo attraversato da poeti epigoni, che usano spesso la lingua dei maestri svenandosi in una sontuoso suicidio.

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