Fabrizio Lombardo, COORDINATE PER LA CRUDELTA’, ROSADA 2018

C’è una sostanziale unità di intenti e di stile tra il precedente libro di Fabrizio Lombardo, “Confini provvisori“, e questo, recentissimo. Veniva citato Pierre Reverdy nell’altro libro, a sottolineare la ricorrenza di un paesaggio disumanizzato, privato degli attributi di un quieto “essere”; oggetto di una poetica che, certo, non costituisce più un’eccezione nel variegato panorama della poesia ma forma il substrato di un pensiero non dichiarato, registrabile piuttosto come dato di fatto.
Che cosa caratterizza, allora, la poesia di Lombardo rispetto a un “mal di vivere”, a un pessimismo ormai ulcerato, neutralizzato del suo veleno? – si potrebbe parlare, piuttosto, di un cinismo, o di uno stoicismo come forma di resistenza passiva? -: io direi l’accentuazione, senza mezzi termini, dell’aspetto drammatico dell’esistenza, persino tragico, il cui compito sembra essere quello di smontare ogni costruzione di senso – non nel senso semantico, ma attinente il senso della vita – quindi, pirandellianamente, a strappare dal volto del tempo antropologico, la maschera che ingabbia e nasconde.
Il risultato è una poesia ferita e strappata, partendo dal perimetro dell’esperienza vicinissima, una forma che insegue la strada rettilinea della nuda prosa, portandola fuori margine per farci poesia, surrealismo funzionale minimo. Le citazioni sarebbero tante, ma forse questo testo può suggerire il centro:

ogni amore è un amore infelice
dice, raccolta in un angolo dove c’è pioggia
a tratti, in quel silenzio delle cose lasciate andare.
la cenere della sigaretta cade a terra e vola via.
p.81

La parola incomincia da una mancanza, da una sottrazione, dice del tempo dell’esperienza dove le cose che accadono vanno tutte verso la fine, cariche del sentimento dell’assurdo, dell’inconcludezza che avevano all’inizio.
In questo contesto la parola non può ammantarsi di alcun orpello, deve rimanere povera, in bianco e nero, sottrarre lo splendore del colore. I gesti, poi, rimangono minimi, minimi e precisi, descritti prima ancora di un grande movimento, di un grande discorso della forma.
Siamo in una terra di pericolo che può franarci sotto ai piedi da un momento all’altro trascinando con sé ogni cosa, compresa la nostra arte.
Non so se, chi ha maturato questa consapevolezza nella parola, possa essere artista migliore, persino uomo migliore; o forse solo più pazzo, più temerario, più incosciente; perché all’essere non piace la svestizione, la scoloritura delle forme, la celebrazione del requiem prima del tempo.
Certo, l’essere è Giano bifronte: quando si specchia, egli vede subito l’altra verità che lo abita, la proclamazione del dubbio: se vivere l’istante di una vita breve ma felice, o dire della profezia della fine, del lutto che sottintende la vita.
Fabrizio Lombardo sceglie, a termine del suo percorso, la voce acida della polemica sociale, un tentativo a freddo, di meditazione sulla spersonalizzazione del nostro tempo; forse per riportare i passi sulla strada di un vivere più disilluso, e proprio per questo più veritiero.

***

gli alberi di vetro / così sottili e bianchi
nel gelo di novembre. tutto sta chiudendo.
Ripeto a memoria i pochi appunti. gli insulti
a ciò che è già perduto. quello che ci univa ridotto a una croce.
p.27

*
quando meno te lo aspetti certe cose
finiscono. l’anello portato per anni.
il rumore fastidioso del frigorifero di notte.
un cambio di indirizzo. solo un silenzio
improvviso nella casa.
p.41

*

ora che anche il verde è venuto a mancare
rimane solo il muro, qui, appena fuori dalla porta.
ti ho cercato anche oggi, ma con pudore,
sperando che non ti accorgessi di nulla
nascosto tra le righe scritte storte a matita,
in apnea dentro ai giorni. storti anche loro.
p.57

*

Provo a spezzare questo dolore in due parti
come pane appena fatto. Lento, mastico la mia
e faccio briciole della tua sperando che I merli
ne mangino. Che non ritrovi la via di casa nostra.
p. 74

*
Abbiamo spazi enormi dentro cui far franare le illusioni.
Un susseguirsi di sere e notti per trovare
un confine a questo squallore.
Basta sottrarre l’acquistato al venduto e ricavare il profitto.
Il costo economico in perdita della nostra vita.
p. 100

Gli scaffali, poco o nulla da tenere a mente
nella confusione dei marchi e delle offerte.
La scorta da fare e rassegnarsi
a capire la sottrazione di sé
che avviene tra la gastronomia e le casse.
p. 103

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