Queste immagini appartengono alla pieve di S. Andrea, nella cittadina di Iseo.

Guardandole, mi salta in testa un pensiero: Anche le pietre saranno polvere. Tutto sarà bianco e indistinto.

Qui si capisce nettamente. Si vedono le stratificazioni, cioè le tracce della pelle. Ciò che rimane ancora.

Persino Lei che è Grande, e Finale, scompare. E’ scheletro.

non prevarrà…

Si capisce come il nostro corpo sia fatto a strati. Può averlo pensato solo un architetto, e forse questa è la vera prova della sua esistenza.

Ma è anche prova di un pensiero che noi possiamo percepire solo nella sua presunta evoluzione, non nella sua interezza.

Questa chiesa ci suggerisce, allora, il procedimento e il gesto conclusivo. Ma anche il fatto che il pensiero può tornare indietro: ricostruire, rabberciare, rinominare.

Non si tratta più di salvaguardare il pensiero originale ma i pensieri che si sono succeduti nel tempo.

L’Architetto è dentro la Storia. Non può fare altro. Non può essere diverso da noi.

Chiodi, sbarre, croci, movimenti della pittura; segni, disegni, rattoppi, tentativi di ricostruzione… L’opera non è per sempre, è solo per il tempo della sua creazione. Dopo si fa altra opera.

Che cosa vediamo, oggi? – Nel senso dei nostri occhi interiori, della nostra necessità… –

Vediamo qualcosa che non conosciamo più. Vediamo uno scheletro, la sua struttura portante. La vediamo, però, perché ci interessa in un altro senso; perché ai moderni interessa il vuoto, il senso del loro abitare uno spazio meno carico di segni. Agli antichi questo reperto incuterebbe solo orrore. Lo demolirebbero. Lo ricostruirebbero di sana pianta. Noi, guardandolo, abbiamo bisogno di capire le ferite, il tempo che scorre in noi. Toglierci qualche maschera.

Questi segni irrisolti lasciati sui muri, questi colori strappati, sottratti, sono ciò che rimane del corpo, del nostro corpo. Sono riassunti dei frammenti che siamo stati, prima di riappartenere totalmente al primo Nessuno.

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