Alessandro Quattrone, LA GENTILEZZA DELL’ACERO, Passigli 2018

Ogni specie ha una propria dimensione del guardare, funzionale alla sopravvivenza, a un certo modo di essere nel mondo. Il nostro sguardo più antico è quello della paura quando retrocediamo di fronte a un pericolo; o nella dimensione del buio, quando l’essere si ripiega di fronte a un’esistenza senza forme, fragile, come una foglia sospesa al ramo prima di cadere:

Stavolta sono secche,
sparse al suolo,
le preziose foglie di novembre
radiose di un dolore senza guerra,
anzi gialle di gioia,
e ogni tanto rosseggianti,
fragili, entusiaste del passo
che muore scricchiolando.

p. 25

Ogni cosa, a suo modo, guarda ed è guardata. Chi guarda l’altro lo interroga, chi è guardato chiede una causa. Personalmente da qualche anno ho scoperto lo sguardo degli alberi e ne ho ricavato alcune lezioni per la vita.
Non esistono sguardi innocenti – non lo sono neppure quelli dei bambini – . Esistono, però, sguardi il cui compito naturale sembra essere quello di portarci da qualche altra parte, di smuoverci. Non tutti gli sguardi fanno questo, certo; solo quelli che sottolineano le mancanze della nostra personale esperienza di vita, le assenze.

Se soltanto qualcuno si accorgesse
della mia irrefrenabile allegria,
della mia tenacia clandestina –
bisbiglia la formica attraversando
terreni sconfinati
come i suoi pensieri.

p. 41

Mancanza degli altri; esperienza dolorosa del non essere visti:

Poi viene il giorno in cui senti di essere
nessuno, anzi nulla,
senti che scendere o salire non fa differenza,
che cercare è inutile, e anche trovare,
che l’inverno può tardare ma arriva
a coprire di brina le parole
e i silenzi lasciati per strada…

p. 70

Così lo sguardo risponde all’assenza compiendo, a sua volta, il sacrificio del guardare, e trasformando questo gesto in poesia.
C’è un testo, in effetti, che capovolge la visuale suggerendoci che, in fondo, più passa il tempo più irrilevante si fa il desiderio di possesso e più si percepisce quello della pietà e della comprensione; o, al limite, di una calma indifferenza, della rinuncia ad essere visibili.
Non sono, dunque, i nostri occhi che scrutano i ritratti dei personaggi illustri appesi in fila sulle pareti di un museo, ma sono i ritratti stessi a interrogarci; è una intuizione che realizza il desiderio di esistere per sottrazione, senza dovere niente a nessuno: “sottrarsi ai volti anonimi / che assorti per la strada non ti vedono, / e apprendere che tuttavia c’è un modo / per conservare intatto anche uno sguardo”, p. 27.
Non voglio essere amato, voglio amare, scriveva Madre Teresa di Calcutta in una sua preghiera, a sottolineare la liberazione da una esigenza di narcisismo, da una richiesta di amore che il mondo non è in grado di onorare.
E, in effetti, nel libro di Alessandro Quattrone, non si avvera l’apocalisse del desiderio ribaltato, di uno sguardo amoroso che sappia totalmente rinunciare liberandosi degli altri, infine; questa poesia, piuttosto, rimane lucidamente ancorata alla constatazione di una mancanza, alla sottrazione che l’esperienza della vita realizza a sfavore del nostro istinto di pienezza, della nostra sete di completamento.
L’acero che apre e infine chiude il racconto del libro, è una presenza che ha imparato qualcosa dal silenzio, che rimane caparbiamente nel suo silenzio “e quando l’ora è più spietata / abbellisce della propria morte / il mondo”, p. 13.
Conservarsi dignitosamente come un albero, dice Quattrone, fedeli a un luogo, al mistero delle nostre radici sotterranee. L’acero, infine, rivolge a noi stessi il mistero del suo sguardo silenzioso, di un modo di essere che gli uomini possono comprendere solo se, chiudendo gli occhi, si aprono all’esperienza del buio e del possibile.
Ogni cosa guarda, in questo libro; gli animali: i gatti, i cani del cortile; le persone che ci passano accanto, o davanti, e nel silenzio pensano qualcosa di noi: “La vecchia abbandonata pure dal destino”, p.20; gli uccelli; gli altri alberi: il faggio che bisogna guardare poco perché non ama che qualcuno possegga la sua radiosa bellezza; gli oggetti, soprattutto, le presenze più distanti, quelle che interroghiamo di più proprio perché le più silenziose: “i pescherecci insonni, forti solo / della loro indiscutibile realtà”, p. 45; ”gli astri innumerevoli”, p. 35; l’arancia e “il suo sapore ricco più della giornata”, p. 32; “il ferro verniciato (che) teme la ferocia degli anni (…) e intanto vive la sua vita di metallo / senza chiedere né dare”, p.31; “il bicchiere d’acqua (che) riposa sul comodino”, p. 48…
Che cosa cerca il poeta? Che cosa cerchiamo noi che leggiamo le parole del poeta? Qualcosa da imparare, certo; non dal potente silenzio delle stelle, così lontano e sidereo, ma dalla “vaga / solennità della parola quiete”, p. 40. Dal desiderio di essere, non di apparire, infine …

Si abbasserà di colpo la temperatura
così dicono, prevedono,
perciò metti la sciarpa,
non uscire da casa distrattamente,
preparati alla sfida con l’inverno,
il fuoco soprattutto
bada al fuoco
della memoria, che non deve spegnersi,
che ha bisogno di legna tutti i giorni,
non uscire da casa distrattamente
non essere in ritardo all’appuntamento
con la prima gelata notturna,
e attenzione a non scivolare,
apri bene gli occhi
ti potrebbe sfuggire
quello che non hai mai visto prima
o quello che hai già visto tante volte
senza notarlo,
non uscire da casa distrattamente
nella foschia, nell’aria fredda, immobile,
tu con la tua sciarpa
con il tuo fuoco invisibile,
ben custodito, ben alimentato,
apri gli occhi sul mondo
e lasciati guardare.

p. 50

…dal desiderio di essere chiamati…

Alle finestre, nessuno.
Le persiane ancora e sempre chiuse
non rispondono ai nostri sguardi
in cerca di improvvise apparizioni
che ci invitino ad entrare
a non rimanere fuori al freddo
a salire le scale in tutta fretta
a bussare alla porta e col respiro
ansante dire: mi hai chiamato, eccomi.

p. 51

Eppure, eppure, tra le righe di questo libro sconsolato e malinconico, Alessandro Quattrone ci dice che la gioia esiste, che qualcosa in noi non rinuncia a portarci per mano verso un territorio di resistenza. Che magari si tratta della gioia di un altro, dell’altro da noi, ma esiste, esiste nel mondo, anche se non l’abbiamo incontrata; anche se, incontrandola, non l’abbiamo mai riconosciuta.

Quel volto fra mille che incanta
promettendo qualcosa che non avremo mai
e si delinea con la sua pallida
persistenza nel buio dell’ora,
quel volto che resta clandestino
fra mille immagini in movimento
e non teme di essere travolto
o di perdersi inseguito da uno sguardo,
quel volto è un dono inutile
perché non siamo noi i destinatari,
eppure con il solo suo apparire
conferma che la felicità esiste
da qualche parte, e a volte ci sfiora,
ma ci proibisce di chiamarla, e persino
semplicemente di nominarla.

p. 59

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