Nicoletta Nuzzo, AMATA VOCE, Rupe Mutevole 2014

Che cosa colpisce a una prima lettura, di un libro di poesie? Leggendone tanti, ci si accorge che lo sguardo ha elaborato strategie e scorciatoie, a volte utili, altre volte pericolose. Basta, infatti, la lettura di pochi testi scelti a caso qua e là, per ricevere l’idea generale, anche se parziale, di una tenuta.
E perché un libro tiene? Non esiste una risposta valida per sempre, forse non esiste neanche una risposta. Esiste, però, la possibilità di cogliere lo stile, il vestito; cioè la forma. E poi qualcosa che trascende la forma, questa volta più impalpabile, che a me piace chiamare “aura”.
Le mie prime letture di Montale, per esempio, erano influenzate dall’immagine della campana di vetro, un oggetto che dava la dimensione esatta di una scrittura ovattata, discostata dal mondo ma non per questo meno partecipe; solo leggermente a distanza, come ascoltare e vedere le cose sotto l’acqua.
C’è un verso, forse l’unico in tutta la storia della poesia del novecento, che ci fa capire chiaramente questa dimensione di distacco partecipato, ed è un verso di Giuseppe Ungaretti tratto dalla raccolta “Sentimento del tempo”: a una proda ove sera era perenne
E’ un verso sommerso, o che sta per abissarsi, fatto di assonanze, di parole che imitano suoni, parole che ci dicono di una lontananza, che vedono l’oggetto prima che questo scompaia definitivamente sotto l’acqua.
Certo, da un punto di vista storico:… il platonismo…la non totale coincidenza tra il concetto e la cosa… il petrarchismo, la nostalgia di una dimensione perduta della lingua, etc…Ma l’aura non è lo stile, è ciò che sfugge continuamente allo stile ed è udibile, anche nella distanza a cui facevo riferimento prima.

*

Questo libro di Nicoletta Nuzzo ci suggerisce subito, a una prima lettura, la presenza di un allontanamento, di un parlare non vicini, di un parlare da due tempi non perfettamente coincidenti. Il titolo fa riferimento proprio alla voce e costituisce, già per sé, la dichiarazione di una dedica affettuosa: “amata voce”.
Gli stereotipi della critica moderna probabilmente farebbero riferimento a quella vena poetica che s’inoltra a partire dagli xenia dell’ultimo Montale ma è davvero sciocco non sottolineare come queste lapidi moderne, costruite nel tentativo di evocare un’assenza presente, derivino proprio dall’esempio del linguaggio rinsecchito delle lapidi: parola che evoca la sua aura, un’aura assente.

Che sarà di noi
che siamo scappati dal guscio
per diventare vivi
mentre il respiro si spande
in quel che è troppo breve

p.13

Nelle prime pagine è evocato una caduta, una perdita in se stessi:

Il fervore ha scavato i miei pori,
le parole sono passate
ed hanno dispiegato e teso i miei nervi,
me ne ero accorta dal rumore di vento delle vene,
ma non potevo fermarmi
adesso che la tempesta era uscita dal bicchiere,
quando sono caduta ero in punta di piedi sulla soglia
e il cibo mi sfiorava appena una gola contratta
da un presente infiammato e senza scuse

p. 16

Una perdita nel taglio della carne, “Non c’è modo di separarci, / io e lei viviamo due vite nello stesso corpo”, p. 17.
Caduta, taglio, dissolvimento, lontananza; “Il vuoto si è fatto breccia / ha eroso la linea che faceva contorno” , p. 19.
Temi che hanno a che fare con la separazione che è dentro la stessa parola causando la sua unicità, la sua aura.
Dovrebbe essere, la parola di ogni poesia, unica, cioè irripetibile e riconoscibile come le impronte digitali.
La dichiarazione, più o meno palese, di un fecondo senso di colpa, è la conseguenza di una riflessione filosofica riassumibile nei versi: “non riesco a perdonare questo mio mancare l’essere, / a scrutare questo niente in cui rallento senza ramificare”, p. 21.
Due “nienti” contrapposti, in realtà elementi di concavità opposte: l’essere niente qui, nella pienezza della vita, l’essere niente lì, nella totalità del non essere, imperscrutabile, non dichiarabile.
La morte dell’altro, insomma, è solo un modo per segnare il passo della nostra stessa morte:

Tu sei qui nel primo sguardo
e a quello sono sospesa
non ti tocco per non svegliarmi

p. 62

Forse, chissà, solo l’avvenire di tutte le morti potrà segnare il passo di una rinascita, di un nuovo nome:

Pace

ascolta il mormorare della mia ombra,
è un gocciolare che porta lo scuro
di una pace non detta tra noi.
Io diseguale
faccio giravolte da capogiro
per mantenere un sonoro che arrivi fino a te.

Sentimi,
fuori piove e noi siamo così minuti sotto questo cielo,
c’è stato un fragore e odore di selvaggina,
noi non c’eravamo ma sembra ieri
nell’imbarazzo dei nostri occhi,
si riaprirà la grazia della nostra specie
e ci riporterà la salvezza terracquea del nome.

p. 79

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