Paolo Donini, Mise en abîme, Anterem 2017

In quest’ultimo libro, Paolo Donini riprende i temi tipici della sua poetica: la sparizione del corpo, gli indizi, l’indagine “poliziesca”, i referti, il grande vuoto che lascia l’assenza. Sono le grandi ossessioni delle sue prove precedenti: Incipitaria, (Genesi), L’ablazione (La Vita Felice) .
Si tratta, in realtà di variazioni che preparano un salto: ancora prove di messinscena, di un ritorno al luogo del “delitto” e delle diverse possibilità di una trama massimamente ambigua: Verità o supposizione? Inganno letterario o racconto di cronaca trasfigurato? Mise en abîme, appunto, come chiarisce Donini nella nota: “L’artificio pittorico e letterario in cui un’immagine o un testo contiene una sua duplicazione o una sua variante e questa in certi casi un’ulteriore replica, in un cannocchiale per l’appunto abissale“. 

A dire il vero, la suggestione maggiore della poesia di Donini, risiede nell’impossibilità del racconto, nella sospensione dei risvolti della trama e del giudizio, ed è proprio in questa assenza che si innesta la ricerca di un “altrove”, di un’altra forma – qui, espressamente, di un paesaggio, “’l’idea di una patria / da raggiungere”, p. 73.
Si tratta di un’apertura di notevoli conseguenze nella scrittura di questo poeta, in quanto proiettata nella possibilità dell’oltreconfine, liberata dalle incombenze del corpo insepolto, del “non sapere” cosa, chi, dove andare.
La visione di una terra desiderata, non ancora reale, è preceduta dalla metafora del pozzo e dell’acqua sorgiva, dello sprofondare prima di risalire, ipotesi biblica che prepara l’attraversamento del deserto, l’orizzonte della terra, una metamorfosi del corpo.

Scaviamo ma ancora
non riusciamo a raggiungerla
eppure deve essere qui
la vena, si sente il pulsare
sotterraneo, si scorge
a tratti il riflesso – deve essere qui
quel bene omesso
e tuttavia immanente
alla tenebra che stravince
ovunque attorno, deve esserci –
scaviamo a mani nude
nel buio che offende e rattrista:
non dimentica la luce chi l’ha vista.

p. 59

Il corpo rimane centrale nella poetica di Paolo Donini, corpo trasfigurato, non museale, corpo/carne, corpo/pensiero, capace di riprogettare un paesaggio umano collassato, caratterizzato dai segni di un’apocalisse sfacciatamente in atto. Corpo che si innesta nell’idea di un paesaggio innevato, di un orizzonte che segna i limiti del pensiero e tuttavia sprona, stimola a rifondare, a prendersi cura dei confini, a delimitarli:

Bisogna puntellare la parete,
rimuovere le scorie accumulate, tutta
quella maceria calcinata, intonaco
o cocciopesto, sostanza
spuria e cascame in cui si embrica
il costrutto, ogni costrutto.

p. 51

E’ un togliere le incrostazioni – filosofiche, culturali, concettuali – rimettere alla prova l’espressionismo dell’inizio, la solitudine di ogni gesto che ricomincia.
Leggendo, dunque, l’ultima bellissima sezione del libro, “Lettera dalla pianura bianca”, si ha l’impressione di un viaggio dell’intera specie, di un avanzare, scansando e arginando il pericolo, rinunciando a ricommettere gli stessi errori di millenni – della memoria, del museo – . Un bruciarsi nella medesima luce.

Trovare un sentiero nel fitto della boscaglia
non è facile, eppure sembra ce ne siano
parecchi, segnati non si sa più da chi, si dice
che addirittura portino ovunque, certi viottoli
di terra battuta, quelli all’apparenza più ombrosi,
sbarrati da rovi ma trafitti dai raggi del sole
tra siepi di felci, porterebbero in alto –
il fatto è che, aperta una pista, in una sola notte
ricresce su tutto la sterpaglia, al mattino
nel folto non c’è modo di entrare, di proseguire
il cammino: bisogna aprirsi un varco
da sé, accettare che subito sia ricoperto
e del nostro passaggio non resti memoria.

p. 64

Tutto ricomincia; forse dal sogno dei bambini che “si svegliano di notte visitati da paure / e da curiosità”, dal loro pronunciare come aruspici o sibille “nuove parole / che corrono tra la gente, brani / di un discorso più vasto, frasi / che incantano e a sera sul crinale si scorge / a tratti un bagliore come se là ci fosse / veramente chi vive oltre il buio”, p. 74.
Paolo Donini si conferma, in questo libro, come uno degli autori della mia generazione più misteriosi e suggestivi, consapevole che la poesia debba alimentarsi di un vasto mistero, di una viandanza, di un povero altare di pietre bianche davanti a  cui pregare.

Annunci