Sergio Rotino: la poesia finisce con un suono

Sergio Rotino, CANTU MARU, Edizioni Kurummuny 2017

Pochissimi sono i libri recensiti qui. Cerco quelli che possano abitare questo spazio bianco per una sorta di consonanza con un’idea di sottrazione, di semplificazione; di una denudazione, infine. Si legga questo testo:

umbra quiddru ca simu
umbra imu
b’essere ca
mancu simu
l’arberi le
fronde facenu suenu
facenu
te quai
simu essuti te
lu scuru fra le
petre mare
e surde
fuciuti a
quisti amu
turnare scuri
intru lu cantu
te autri autre
petre e muffa ca
mancu
nu cane ni
ite n’indora

la malora a
nui ni
face uessu senza
culure te ccene ni
face cussine
janchi cussì
tuce la corolla
se face ca ni
crepa la parola

sine lu sangu
sine gli uecchi
nijuri ma
nenzi simu e puru

quistu ete nenzi

lliati ranu o sementi

*

ombra quel che siamo / ombra dobbiamo / essere che / nemmeno siamo / gli alberi le / foglie fanno suono / fanno / di qua / siamo usciti dal / buio fra le / pietre amare / e sorde / fuggiti a / questi dobbiamo / tornare bui / dentro il canto / di altri altre / pietre e muffa che / nemmeno / un cane ci / vede ci annusa // la rovina a / noi ci / trasforma in osso senza / colore di cosa ci / fa così / bianchi così / dolce la corolla / si fa che ci / crepa la parola // va bene il sangue / va bene gli occhi / neri ma / niente siamo e pure // questo è niente // tolti grano o semi

pag. 37

È un testo che avrei potuto agevolmente citare in coda a un intervento apparso in compitu re vivi in cui si parlava, appunto, di questo essere/niente come forma di resistenza alla confusione, all’attrito che sempre provoca la maschera sociale.
Lavorare per sottrazione è senz’altro una delle formule a cui i poeti ci hanno abituati, ma questo sottrarre è chiaro che non può venire solo dalla parola. La parola può accogliere una sottrazione precedente, cioè un certo modo di giungere nuovamente alla cosa dopo che l’abbiamo cantata e goduta nella pienezza, nello sfolgorio della forma e dei colori.
Se si legge un precedente libro di Sergio Rotino, “Loro”, Dot.com Press, 2011 – “carico di bombe verbali”, commenta Roberto Roversi nella postfazione – in effetti si rimane stupiti davanti a una materia che riempie la pagina orizzontalmente e che il margine non riesce quasi a contenere. Forma che sembra essersi drammaticamente frantumata in questo “cantu maru”, disponendosi in versi brevissimi, con un andare a capo che suggerisce un balbettamento, una resa.
Due i modelli che mi vengono prepotentemente in mente, anche se indiretti: il singhiozzo delle celebri nenie in latino di Giovanni Pontano – chiaramente senza quella dolcezza intimistica del poeta umanista – e la fontana malata di Palazzeschi; esempi accumulati quantomeno da una rarefazione funzionale agli oggetti, a uno stato d’animo, a una materia; ma anche a sottintendere un percorso di sperimentazione linguistica documentato nel libro precedente.
Pochissime, nella poesia di Rotino, le sfumature lessicali e sintattiche; dal punto di vista tematico ricorrono le rose, le spine, il vento, il sangue. Ma anche le situazioni ancestrali del guardare, raccogliere, donare, stare, morire… Ricorre un suono monotono e sghembo, simile a una porta arrugginita sbattuta da un vento cattivo che nega al discorso un tentativo di comunione. Eppure si può leggere anche di una sistole e diastole, di un respiro rauco che accoglie ed espelle nella condizione di canto destinale, allontanato. Così i versi brevissimi spesso si concludono con una sola sillaba, un articolo, uno smembramento di senso che il verso successivo prova a contenere, a rilanciare.
Parola teatrale, di un monologo ridotto all’osso, ossessivo, che si inceppa davanti a una sillaba, che cerca di ricostruirsi prima del silenzio, di una diaspora – libro a suo modo funereo, quindi – .
Libro in dialetto: un dialetto che, forse, Rotino prova a recuperare in forma di esperimento: da una parte agendo secondo i modi della ricerca letteraria, dall’altra formulando ipotesi di pronuncia che assomigliano alla giaculatoria dei vecchi e delle sibille sullo sfondo dei cunicoli della città tentacolare.

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