Alessandro Canzian: Mi piace la parola minimale

Alessandro Canzian, Aftermath And Other Poemes

Il numero X-XII, anno 2015/2016 di Italian Poetry Review, contiene, tra le altre cose – alcune assai belle devo dire – un poemetto di Alessandro Canzian tradotto da Andrea Sirotti e Johanna Bishop.
Sono poesie stilisticamente inquadrabili nei risvolti dell’ultimo Montale di Xenia, quindi dell’evocazione di un fantasma.
Nel caso di Canzian, più evidentemente, l’assenza è ancora percepita come sostanza dei sensi in quanto il ricordo senso-percettivo tende a imprigionare la persona amata facendola abitare in un presente bloccato, ripetuto come cerimonia ad ogni occasione di turbamento.
Fantasma, dunque, proprio nel senso di un “essere” non dentro la memoria ma in un “presente” che non si estingue, che non estingue la colpa: “la colpa non basta a cancellare / come dovrebbe la tua mancanza”.
Niente può avvenire, dunque: “Un addio può non essere una lettera, / un messaggio siglato – nemmeno il / tempo del nome, per intero -”.
La dimensione della cosa, dunque, del poco spazio che la circonda, è il museo, la sottomissione a un tentativo di archiviazione che tuttavia sfugge ripetutamente alla bacheca, tanto che questi oggetti del sentire – parole, cose, pensieri, impronte – occupano incessantemente lo spazio, lo agiscono nell’iterazione di una rappresentazione teatrale.
La conseguenza immediata è l’utilizzo di una parola secca, disossata, eppure apertamente dolorosa.
Siamo, insomma, non nel clima della crocifissione ma in quello successivo della deposizione, di una deposizione senza resurrezione.
Il minimalismo, qui, l’enucleazione realistica dei referti sentimentali, ci dice chiaramente come a volte, scrivendo – o vivendo – ci sia necessario aguzzare lo sguardo cogliendo la successione dei fotogrammi, la pratica della ripetitio come strumento fenomenologico per abbassare la soglia del dolore.
Questa poesia/racconto si ricrea, dunque, ad ogni lett(erat)ura; tutte le volte accade, non esaudisce e non si esaurisce, non so se in funzione di epitaffio o gioco di un desiderio che non accenna ad estinguersi.

*

Il cartoccio del latte e le campane.
Gli stracci nella stanza.
La gatta che da fuori la finestra
vuole la colpa
d’essere l’unica a mangiare.
La stufa accesa. Le calze colorate.

*

Siamo tutti colpe, sai, quando
annotta e i libri non bastano,
nemmeno i corpi, le mani
che toccano senza aversi,
quando il letto è un divano e
fuori non è il mondo, non è
il sesso delle case dai colori
smorti che non ti piacciono.

*

Scrivere non basta a esorcizzare
le paure, nemmeno le colpe.
Guido dice che dopo una bella
poesia c’è meno dolore, da dire.
Che la fame delle braccia è in
fondo simile agli abbracci.
Ma la gola brucia a parlare
come un macello dentro al cuore.

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