Davide Valecchi: E’ stato ieri, quando ero un altro

Davide Valecchi, NEI RESTI DEL FUOCO, Arcipelago Itaca 2017

Nel vasto panorama della poesia contemporanea, ci sono poeti che lavorano per sottrazione piuttosto che per accumulo, nella suggestione di una “metafisica del transeunte” che prova a descrivere l’impalpabile delle cose senza dare a questa il nome di anima, o di spirito.
Questo “ciò che rimane” è l’oggetto, infine, di un’indagine trasognata in cui difficile è individuare gli strumenti del mestiere, un apparato filosofico capace di dare senso a qualcosa che il senso l’ha perduto – la causa, infine, è l’ultimo dei problemi – .
Paesaggi sottratti, depauperati, ridotti a materiali e materie che dell’umano hanno conservato solo un vago ricordo – li ritroviamo in un poeta ante litteram: le prime composizioni di Pierre Reverdy, per esempio; oppure, con una loquacità del tutto italiana, in Vigolo, Campana… –
Persino certa letteratura funerea, barocca, ha uno scheletro mefitico di paesaggi dirupati, disastrati, ma, forse, il maggior esempio è costituito da un romanzo di Guido Morselli, Dissipatio HG in cui un’intera umanità si è volatilizzata, depauperata, scomparsa, senza lasciare alcuna traccia di sé.
Ciò che rimane al poeta, al superstite, è dunque la descrizione con parole nuove delle “nuove” forme, oggetti non più dotati di senso ma ancora brucianti di una loro vita precedente.
Questa opera seconda di Davide Valecchi si ritaglia, dunque, la sua ragion d’essere, nel perimetro di un paesaggio fatto di resti di cui occorre indagare la consistenza, il senso.
Non hanno preso fuoco solo le cose ma soprattutto le parole, affilatissime e scarne, ridotte a lente d’ingrandimento, scarnificate di connotazioni affettive ed emotive. E’ rimasta la pellicola memoriale, del resto assai sottile, incapace di affondare negli strati archeologici di una storia più complessa.
Questo paesaggio oscilla ambiguamente tra il tempo di un’apocalisse morbida, appena avvenuta – l’utilizzo ricorrente del passato prossimo ce lo segnala – e un tempo appena successivo in cui il soggetto comincia ad imbastire le sue strategie di osservazione, i suoi primi calligrammi metafisici.
I capitoletti del libro sembrano costituire le tappe programmatiche di questa nuova esperienza di abbandono dello sguardo nuovo.
Davide Valecchi sceglie di partire dallo stato di “sostituzione”.

E’ stato ieri, quando ero un altro,
che lo spazio bianco in mezzo ai rami
valeva come un trionfo del vuoto:

il cambiamento odierno invece
riempie le mani di un velo minerale,
una nebulosa di nomi da soffiare via
e dimenticare, in quest’ordine.

p.13

Mentre la forza del fuoco che arde la materia è riservata al dopo:

La pietra nei resti del fuoco
ha una storia di trasformazioni innaturali:
ogni traccia di sguardi precedenti
è bruciata in un periodo diverso.

La congettura sulle voci di chi c’era
alimenta una rete di corrispondenze
dove ogni tentativo esige il pegno
di un’identità da confermare.

p. 33

C’è un passaggio assai sottile da riconoscere nel testo. E cioè la linea di significato che passa tra il termine sostituzione e il termine conversione.

Una volta mi interessavano le zone
ai margini della strada asfaltata,
dove si accumulano resti
di appartenenze altrui:
una rinascita scongiurata,
una decadenza condivisa
come un conforto,
come una fine.

Adesso il cambiamento
è nella conversione:
gli oggetti bruciano e si fanno inconsistenti
mentre gli sguardi continuano a nascere.

p. 35

Si capisce che al magma ancora ardente che poi diventa basalto, alla nave affondata che poi andrà a costituire lo scheletro di una nuova barriera corallina, seguirà, dovrà seguire, la sistemazione epistemologica degli oggetti, un senso del tutto nuovo capace di dribblare il male, cioè il sottile motore che si nasconde nei sistemi antropici, la misura del disordine che prima o poi li farà collassare.
Probabilmente Valecchi si chiede, senza mai dichiararlo esplicitamente, quanto le parole dell’uomo siano capaci di contribuire all’accelerazione del collasso e lo si intuisce spesso dalla descrizione che fa delle materie:

Nell’eventualità che niente cambiamento
è ancora possibile appellarsi
a una zona franca
di materiali dispersi,
a un’orografia di centimetri
dove per ogni filamento di rame,
nastro isolante, goccia di minio
è in corso una ricostruzione.

p. 26

Se ora il cambiamento è nella conversione, come abbiamo letto, tuttavia questo “sguardo che continua a nascere” non ci indica il poema di una terra nuova ma una casa non finita, precaria e tuttavia da definire la cui ricostruzione è solamente un’ipotesi.
Una casa che conserva i nomi dei morti al margine del bosco, in cui “La parte principale del ferro / resta nel terreno”, p. 59.
Una casa che, a a differenza del senso dell’archetipo, sottolinea solo la nostra precarietà, “La comparsa della frana / scopre nomi non previsti / dentro cavità di marna”. p. 56.

Sebastiano Aglieco

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...