Gianluca Chierici, Scendi nei significati

Gianluca Chierici, IL GRIDO SEPOLTO, Ladolfi Editore 2017

Il poeta è tirato per il bavero dalla realtà del mondo; la rabbia sale quando si forma la logica e blocca le braccia. Così il secondo testo precede un “battito che si è fatto preghiera”, l’atto di nascita della parola.
Ogni poeta ha un suo particolare modo di venire al mondo, di darsi il viso e la voce. Il primo viso è quello innocente dell’ancora non defraudato,del Sigfrido tutto naturale, l’eroe che in sé, e direi nelle mani, informa la parola della promessa della resa e della ferita.
C’è qualcosa di utopico nella poesia, ma anche di perfettamente naturale, come la linfa stillata dal tronco, il suo conservarsi in forma di giada, di lacrima dura.
Così la frase, l’ultima, si fa trasparente tra le dita”, p. 15. Oppure: “Scendi nei significati, (…) Compi il gesto semplice / ed apri una ad una / le parole della tua memoria: / perdi il senso della voce”, p. 16.
Gli esortativi, in poesia, sono una forma di preghiera, un moto a luogo “da”, caratteristica che è sempre dello spirito e dell’ispirazione. O forse bisognerebbe dire dell’aspirazione ad esistere, ad avere corpo. “Lo senti? / Ti chiama ancora. / Viene a visitare ogni cosa. // Il tessitore ridotto al senza nome”, p. 17. “Ti chiamo angelo sbiadito / con il tuo passo sghembo / nella gola che celebra, / dove svanisce il foglio / e ricompare l’orgia dei sigilli.”, p. 18. “Disperdo le forze ma ti chiamo”, p. 19.
Chiamare è, dunque, anche disperdere, accettare il transeunte come condizione destinale della poesia. Ogni poeta è un Cristo irredento, conficcato per sempre nella dura spina della materia, nel pulviscolo del mondo. E’ un amanuense, destinato a riconsegnare al mondo il testo iniziale, da una parte fedele alla matrice, dall’altra calato nelle geografie fisiche e nei paesi dell’anima. “Prendi dal nucleo l’iniziale della sofferenza / e con gemme segrete redigi un documento / che sia antico nel suo mistero e nel suo ardore”, p. 20.
Ecco: “Siedi nel seno di ogni verso”, p. 21. La poesia è casa sospesa sugli abissi, potrebbe precipitare da un momento all’altro. E’ pericolo, “Consigliano alle mani di non tradurre”. E’ “questo scontrarsi, ostacolarsi, / che ci costringe ad essere”, p. 22. Si capisce, allora, come la poesia non possa venire che da una reiterazione, da una suppurazione che chiede di sgonfiarsi, di essere materia che qui, solo qui, conosciamo.

Certe immagini che ci maturano
nei rami e nelle danze, nei frutti
gonfi di languore. E la logica scompare,
nell’attesa di un sentimento raccolto
perdutamente raccolto, tra la calma
e il futuro.
p. 23

Il languore, appena scomparso, ora mostra qualcosa. Questo “subito dopo” è la poesia.
Poesia: camminare tra le rovine mie e degli altri, nelle pieghe della memoria del mondo che si sgretola, se non la prendiamo in consegna. Transeunti. Così “La mano incespica. // Ricade nel destino”, p. 26.
Estrapolati dalla loro struttura, a volte questi versi ci mostrano la possibilità di essere letti in frammenti, proprio perchè non hanno nulla di definitivo da dirci. Il respiro del poeta è quello degli astri, come le nostre ossa, i nostri muscoli sono la polvere che saremo. Qui abbiamo il carnevale della vita, l’eloquenza, gli abiti per le occasioni.”Vieni a vedere il teatro. // Lo spettacolo della memoria / che fonde i morti nell’unico palco”, p. 37. Qui abbiamo il dolore e il compito di dargli forma. Per arginarlo. Per non farci sopraffare. Queste forme sono i riti comunitari del mondo, le messinscene antropologiche. Per la poesia, la nuda e sincera parola della poesia, solo vale l’essere sinceri nell’incontro steatralizzato dello sguardo. “Mi guardi come ci siamo / guardati prima del pianto. / Quando le lacrime erano / un contrassegno tiepido / che portava il cibo ai morti”, p. 32. Prima della distanza del telefono.
La lingua si salva, infine, perchè allontana l’angelo, impara pazientemente a descrivere qualcosa, una “parete di carne curva”. Ed è allora che “le dita possono cominciare a cucire”. Ed è allora che il successivo esorativo ha senso: “Supera il cancello senza timore. / Cerca l’albero nel cortile”, p. 34.
L’oracolo, la parola muta, s’insinua negli istanti sprovvisti di controllo della nostra coscienza, della nostra giornata. C’è sempre un momento in cui la parola vacilla, ci lascia sprovveduti. Non occorre censurare questi momenti ma accoglierli come possibilità della nostra esperienza, di messa in discussione delle strategie, degli inganni della parola, delle astuzie della vita; perché appariamo veri solo quando un poco ci discostiamo dall’esperienza del mondo, dalla resistenza, per istinto di sopravvivenza.
L’urlo ha un gemello segreto ed è “il grido sepolto”. L’urlo avviene quando le nostre resistenze, le nostre maschere, hanno esaurito la loro funzione di difesa e a quel punto siamo completamente in balia dell’inganno di Mara. Il grido sepolto è sempre in agguato, ed è l’offerta della voce di Orfeo a smuovere, a richiamare ogni cosa al proprio dolore.

Questo nome che ti ha raggiunto
e generato,
si ferma nel principio,
per trapassare ogni domicilio.

Ricorda da dove vieni,
un sangue antico sorge
nelle tue vene- e cresce
in ogni attimo,
la fatica del viaggio.
p.41

*

Non perdere il poeta per trattenere l’uomo.
L’uomo è un fiore qualsiasi.
Il suo costume è buffo.
Il passo incerto barcolla tra le foglie di memoria.
Egli clona se stesso ad ogni istante,
in visi e corpi nascosti tra i rami.

Trattieni il poeta.

Il suo cuore è tutto un secolo.
p. 45

Sebastiano Aglieco

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